| Ottava Circoscrizione Libertà - San Girolamo - Fesca: la parola ai servizi sociali | | Stampa | |
| Mercoledì 15 Settembre 2010 |
Poliforme. Centrale e periferico nella stessa misura. Spesso “di passaggio”, ma che lega a sé per sempre tutti quelli che accoglie. Affamato di servizi, vorace di attenzioni. Con una popolazione che sa “guardare, ascoltare, prendersi cura”, chiede conferme e vuole sostegno. Fa fatica a definire il territorio della sua Circoscrizione, Giacomo De Candia, educatore professionale dal 1995 al servizio dell’ “Ottava”, la più popolata del Sud Italia, con 18.000 minori distribuiti tra Libertà, San Girolamo, Fesca e Marconi. “Libertà mantiene un collante con chi ci ha vissuto”, esordisce, “ma non come Bari Vecchia, determinato dalla vicinanza ai clan o dalla sua vocazione familistica. Qui il legame è con il quartiere”. Libertà rimane nella memoria come comunità allargata, sebbene “teatro di un’integrazione mancata tra il ceto borghese, rappresentato dai commercianti di via Manzoni e Corso Mazzini, le cui attività, purtroppo, hanno qualche difficoltà a decollare, e la maggior parte della popolazione, che vive di lavoro instabile, quasi sempre a nero”. Tutt’altra storia San Girolamo: in tanti ci arrivano dal San Paolo o da Bari Vecchia, per fuggire da situazioni difficili nei loro quartieri d’origine o durante l’inasprirsi della guerra aperta tra i clan. “Gli abitanti di San Girolamo, Fesca e Marconi quando vengono a Libertà dicono che stanno andando a Bari”, continua De Candia, “questo dà il senso della separatezza che sopravvive tra le diverse anime della Circoscrizione: in zona San Girolamo non esistono servizi, non c’è un consultorio né una sede della circoscrizione”. A Libertà, invece, qualcosa c’è, ma sempre più barricata in atteggiamento di autodifesa. “Le parrocchie si stanno chiudendo con le inferriate, così come le scuole”, incalza, “mancano investimenti in cultura, in centri d’ascolto e accoglienza, sono assolutamente assenti, insomma, interventi strutturali che permettano un lavoro di prevenzione continuativo ed efficace”. E lo sa bene chi lavora con i minori, in tanti a rischio microcriminalità, affascinati dal guadagno facile al soldo dei clan. “Al Fornelli (carcere minorile, ndr) fino a qualche tempo fa quasi tutti i minori baresi provenivano da Libertà. I lutti che ci sono stati non erano di ragazzi affiliati ai clan, ma in fase di avvicinamento”, confessa De Candia, “qui non c’è un clan riconosciuto, ed è veramente difficile leggere la mappa della legalità, degli spostamenti delle famiglie note dall’esterno all’interno del quartiere”. E la carenza di risorse non aiuta nemmeno in questo: 95.000 euro all’anno da gestire per tutte le attività di un’intera circoscrizione sono davvero briciole. Tante le domande di sussidio, anche di chi lavora a nero, con il pericolo di dare a tutti, ma poco, troppo poco per chi ha veramente bisogno. “Quando sono arrivato qui, quindici anni fa, c’erano due assistenti sociali. Oggi ce ne sono dieci, ma più cresce l’offerta più aumenta la domanda: quei pochi centri che si aprono vengono letteralmente invasi, risultano strapieni e rischiano di ‘bruciarsi’, non riuscendo a soddisfare tutte le richieste”, denuncia, “non si possono lasciare fuori quasi 20.000 minori che bussano alle nostre porte. Molto importante, per esempio, è la prevenzione in fase preadolescenziale: servirebbero centri di aggregazione che non chiudano alle sette di sera, piuttosto aprano a quell’ora”. E poi c’è la questione migranti, difficilmente “censibili” in quanto non residenti, e dunque competenza dell’Ufficio Emigrazione. “A Libertà vivono tante nigeriane che ogni giorno drammaticamente vediamo partire verso la strada”, conclude De Candia, “ci sono mauriziani, bengalesi, marocchini e tante altre etnie. Qui l’integrazione passa senza dubbio per le scuole. Più in generale, il cittadino del quartiere è aperto, potenzialmente pronto ad accogliere tutti: il problema è che la carenza di disponibilità di posti e risorse da parte del servizio pubblico porta inevitabilmente alla guerra tra poveri”. Quando i posti in un nido sono insufficienti e la priorità ce l’hanno i figli degli immigrati, facile immaginare che il processo verso l’integrazione e la costruzione di una comunità multilingue subisca uno stop forse irreversibile. Silvia Dipinto
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Poliforme. Centrale e periferico nella stessa misura. Spesso “di passaggio”, ma che lega a sé per sempre tutti quelli che accoglie. Affamato di servizi, vorace di attenzioni. Con una popolazione che sa “guardare, ascoltare, prendersi cura”, chiede conferme e vuole sostegno.